Una donna

Scorgo, infine, una donna. Mi aggrappo alle sue anche, meravigliosamente larghe. Gli uomini mancano. Di anche. E così non posso lasciarmi portare via, lungo i loro cammini. Perdo la presa e finisco in un luogo a me completamente ignoto. Ecco dove riesce a portarti una donna, penso. Ecco cosa significa fare affidamento sulle sue anche. Scorgo all’improvviso un’altra donna. Seni bellissimi, appena accennati. Penso al modo di alimentare una trama che sembra un ricorso onirico, ma non mi viene in mente altro che lasciarmi tentare da quei piccoli capolavori di equilibrio tra tempo, desiderio e maglietta. Facciamo insieme un poca di strada e incomincio a respirare una sensazione di appisolamento, di appagamento infantile, anche se quei piccoli seni tutto mi ricordano tranne che la montata lattea dell’età d’oro. Mi desto di soprassalto e ritorno a certi ragionamenti precedenti. Stavo pensando al mio gatto, lanciato per aria come un pupazzo. Non è politically correct, ma chi se ne frega, qualcuno deve pur fare delle cose sporche. Salta fuori da un nascondiglio una donna, che prima, molto tempo prima, era stata un uomo. E prima ancora era morta. Senza nemmeno andare a dormire. E’ lei a strapparmi il gatto dalle mani e a scaraventarlo di là del parapetto, direttamente nel fiume che ora scopro per la prima volta. Oltre il fiume, sull’altra sponda, una fitta schiera di palazzi e, sullo sfondo, la torre pendente. Ammutolisco. Non ho più notizia del gatto, ma ripenso con malinconia alla donna dai piccoli seni e a quella dalle anche larghe. Diverse persone intorno a me leccano un cono gelato, l’ultimo baluardo della realtà in veloce dissolvimento. E’ il segnale che aspettavo, mi dico: sto sognando ma non voglio assolutamente svegliarmi, non prima di averlo assaggiato pure io quel gelato, quell’unico gelato che mi comprò mio padre, alla fiera dell’est, facendo tintinnare due monete sonanti.
Alba, sonante, maledetta.
E litri di crema gelato che scendono ovunque, insieme ai corpi dei passeggeri del mio sogno.

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