L’aroma

Il varco su di un mondo severo lascia pensierosi anche i migliori.
“Trecento metri”, mi avevi detto, e abbiamo cominciato quasi subito a salire, ignorando una traccia invitante ma giudicata ingannevole.
Salire: bisogna salire.
Inerpicandoci per passaggi rocciosi e cenge erbose molto esposte ci siamo presto trovati di fronte alla magia della quota in cui le nuvole non sono più semplici nuvole ma aroma che spande la luce del sole, complice il lago, lì dietro.
Questa cosa dell’aroma, poi, me la dovrai spiegare – hai pensato mentre cercavi di non perdere l’equilibrio aggrappandoti al faggio di turno. Perché solo tu sei così irregolare da scambiare un alone per un aroma. E ad accettare la mia sfida facendo a pugni con i pertugi.

Siamo giunti nei pressi di una risorgiva. Alle nostre spalle un vuoto che si spandeva innanzi, dolce e soffice. Una comunicazione del paradiso in differita.
“La cascata deve essere lì sotto”.
Solo che sotto c’era un orrido di pietre e ghiacci e sterpi.
E delle nostre ombre che incespicavano tra albero e albero se ne prendeva cura.
“Ma quali ombre!”, mi hai poi apostrofato.
Eravamo ombra di ombre tra ombre.

Mi sono voltato appena e ho riconosciuto una traccia che si perdeva. Fare caso a qualcosa che si perde è la mia specialità, fin da tempi remotissimi. Era uno dei nostri sentieri intentati, quelli che portano in luoghi ancora più selvatici, oltre il costone della montagna, magari sopra strapiombi che da lontano avremmo guardato con stupore e insieme soggezione.
Siamo balzati velocemente oltre le acque già attraversate e l’intentato si è palesato nella sua forma più semplice: il trascurato.
Esso ci attendeva quieto, ai piedi della grande montagna.

Sei scivolato, hai quasi battuto la testa.
Sono incespicato io, dopo alcuni passi.
Calo di zuccheri vistoso, ti ho lasciato salire dicendoti di fare attenzione, ma la mia voce è rimasta sommersa dal frastuono del torrente.
Seduto sul greto, bevevo il thè caldo e mi guardavo intorno, rabbrividendo per la gelida accoglienza di quel luogo remoto.
Fino a che non ti ho visto spuntare da una cengia impossibile, vista da sotto, e riprendere a salire come un camoscio impaziente e festoso.
Era un piacere starti ad osservare, seduto su quei massi. Un momento di felicità che non dimenticherò mai.
In fondo, hai trovato il tuo giorno.

(nell’immagine sotto, l’aroma)

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