Fuga

Chiunque nasce a morte arriva
nel fuggir del tempo; e ‘l sole
niuna cosa lascia viva.

Andavo rigirando tra le dita la poesia che Ettore mi aveva consegnato, con fare un poco misterioso. Un sonetto di Michelangelo, aveva aggiunto. Sapeva sempre come scovare cose astruse, il mio Ettore, quando cercava un posto accogliente nella convinzione di non appartenere a nessun luogo. “Siamo destinati altrove”, mi stava ripetendo anche quel pomeriggio, al parco. In me vorticava ancora una sensazione di disagio che mi portava ad associare ogni nostra parola ai punti cardinali del verde intorno a noi: la panchina oltre il sentiero, dove stava seduto un signore di mezza età, il colombo che becchettava sull’erba, la magnolia dalle larghe foglie. E ogni volta che guardavo a oriente, a occidente, insomma ogni volta che cercavo uno di quei punti, trovavo qualcosa di diverso. Un castagno, al posto della magnolia. Stavo impazzendo? Mi sarebbe piaciuto, ma Ettore mi riportava al punto della questione e quasi non mi dava tregua. A tratti sentivo la sua mano sul mio braccio e mi lasciava tenerezza. Abbracciarlo sarebbe stato facile, ma non ne avevo il coraggio. Non in quel momento. Guardai di nuovo il castagno, poi riconobbi anche la magnolia. Poco più in là, un corso d’acqua. Lento, inesorabile. E felice. Lo scelsi come punto di fuga. Curioso che in quella situazione fossero proprio le parole di Michelangelo a suggerirmi l’uscita dall’ossessione che ci governava entrambi: lui per i suoi motivi. Io per i miei. Solo che lui di me sapeva assai poco. Avvicinati i nostri corpi alla balaustra di ferro che dava sull’acqua finalmente vi giunse anche Nora, la bimba che avevo sempre a portata di mano. “Guarda quel fiore, guarda quel fiore, oddio, guardalo! ti prego, prendilo, prendilo, prendilo…!” prima che la corrente lo consegni lontanto.
Ettore era così buffo, ma così tenero e impacciato nel tentativo di accontentarmi, chino a terra, le braccia protese oltre le inferriate, il fiore sempre qualche centimetro oltre la punta delle sue dita.

Già fur gli occhi nostri interi
con la luce in ogni speco;
or son voti, orrendi e neri,
e ciò porta il tempo seco.DSC_2064.jpg

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