La morte, l’attimo dopo

L’inverno era lungo, sul massiccio, incominciava ad ottobre e finiva per sciogliersi ad aprile inoltrato. E il peggio era che non lasciava spazio a movimenti che scavalcassero le poche centinaia di metri che ci dividevano. Un giorno dissi a mia figlia che il nemico non esisteva, che era solo una specie di mascherata ai confini di un incubo. Bella immagine, certo, ed ora su quel massiccio montano la rimpiangevo, quella dannata immagine per bimbi fessi.
Il nemico non esisteva e quello era davvero un incubo, pesantissimo per il ghiaccio che gli si era formato addosso. Continuavo a guardare fisso di fronte a me. Il bianco si faceva bianco su bianco e poi ancora bianco su bianco di bianco. E ti dimenticavi persino che cosa fosse un colore, non fosse stato per la notte. Faceva un freddo cane, la notte, ma almeno ti era risparmiata la vista del candore immobile e crudele. Inutile, nella sua crudeltà.

Avvenne che il bianco si fece grigio e poi come un tunnel con pareti d’avorio che mi avvolsero di vertigine e paura. E lo schianto, in cui pareva infrangersi il mondo, al mio fianco. Gelo, nelle vene, e una calma irreale, mentre guardavo in basso, verso il fiume che scorreva placido, lì in qualche punto della vallata.

Avrei voluto guardarmi negli occhi. Ma non avevo specchi, né compagni. Avrei tanto voluto guardare negli occhi la morte, l’attimo dopo.

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