Prima dell’inverno

All'orizzonte prendo figura

C’era questa ragazza, che aveva una parola buona per tutti. Mi verrebbe da aggiungere una ragazza solare, se la circostanza non ripugnasse la mia sensibilità e non offendesse la sua persona. Perché non vi è nulla di peggio che essere ricordati sotto la maschera di un custode tanto potente e oneroso.
C’era questa ragazza, dicevo, che un giorno si presentò insieme ad uno sguardo pieno di sconfinata ammirazione, che confinava con il sogno.
C’era questa ragazza, ancor prima che io ne conoscessi il viso.

Come un risveglio invernale, la cui forza viene di lontano.

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Antares

A distanza di tempo tutto appare delinearsi come una profezia.

All'orizzonte prendo figura

Qualcuno mise il naso qui dentro, con la speranza di trovar parole fuori posto, poesie non autorizzate, piccoli racconti capaci di disturbare la morale civica.
Fortunatamente, giunse troppo presto.
Tra un passaggio d’alte nuvole e un chiaro di luna tralasciò di scostare la tenda dietro alla stella rossiccia. Quella che accompagna solitudini, lungo l’orizzonte meridionale.

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L’aroma

Il varco su di un mondo severo lascia pensierosi anche i migliori.
“Trecento metri”, mi avevi detto, e abbiamo cominciato quasi subito a salire, ignorando una traccia invitante ma giudicata ingannevole.
Salire: bisogna salire.
Inerpicandoci per passaggi rocciosi e cenge erbose molto esposte ci siamo presto trovati di fronte alla magia della quota in cui le nuvole non sono più semplici nuvole ma aroma che spande la luce del sole, complice il lago, lì dietro.
Questa cosa dell’aroma, poi, me la dovrai spiegare – hai pensato mentre cercavi di non perdere l’equilibrio aggrappandoti al faggio di turno. Perché solo tu sei così irregolare da scambiare un alone per un aroma. E ad accettare la mia sfida facendo a pugni con i pertugi.

Siamo giunti nei pressi di una risorgiva. Alle nostre spalle un vuoto che si spandeva innanzi, dolce e soffice. Una comunicazione del paradiso in differita.
“La cascata deve essere lì sotto”.
Solo che sotto c’era un orrido di pietre e ghiacci e sterpi.
E delle nostre ombre che incespicavano tra albero e albero se ne prendeva cura.
“Ma quali ombre!”, mi hai poi apostrofato.
Eravamo ombra di ombre tra ombre.

Mi sono voltato appena e ho riconosciuto una traccia che si perdeva. Fare caso a qualcosa che si perde è la mia specialità, fin da tempi remotissimi. Era uno dei nostri sentieri intentati, quelli che portano in luoghi ancora più selvatici, oltre il costone della montagna, magari sopra strapiombi che da lontano avremmo guardato con stupore e insieme soggezione.
Siamo balzati velocemente oltre le acque già attraversate e l’intentato si è palesato nella sua forma più semplice: il trascurato.
Esso ci attendeva quieto, ai piedi della grande montagna.

Sei scivolato, hai quasi battuto la testa.
Sono incespicato io, dopo alcuni passi.
Calo di zuccheri vistoso, ti ho lasciato salire dicendoti di fare attenzione, ma la mia voce è rimasta sommersa dal frastuono del torrente.
Seduto sul greto, bevevo il thè caldo e mi guardavo intorno, rabbrividendo per la gelida accoglienza di quel luogo remoto.
Fino a che non ti ho visto spuntare da una cengia impossibile, vista da sotto, e riprendere a salire come un camoscio impaziente e festoso.
Era un piacere starti ad osservare, seduto su quei massi. Un momento di felicità che non dimenticherò mai.
In fondo, hai trovato il tuo giorno.

(nell’immagine sotto, l’aroma)

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Campanellino

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Di ritorno, un campanellino
diviso dal suono per un
pennello.
Di nuovo, l’ermafrodita speranza
a mulinello intorno all’apice
e allo scacco.

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Fuga

Chiunque nasce a morte arriva
nel fuggir del tempo; e ‘l sole
niuna cosa lascia viva.

Andavo rigirando tra le dita la poesia che Ettore mi aveva consegnato, con fare un poco misterioso. Un sonetto di Michelangelo, aveva aggiunto. Sapeva sempre come scovare cose astruse, il mio Ettore, quando cercava un posto accogliente nella convinzione di non appartenere a nessun luogo. “Siamo destinati altrove”, mi stava ripetendo anche quel pomeriggio, al parco. In me vorticava ancora una sensazione di disagio che mi portava ad associare ogni nostra parola ai punti cardinali del verde intorno a noi: la panchina oltre il sentiero, dove stava seduto un signore di mezza età, il colombo che becchettava sull’erba, la magnolia dalle larghe foglie. E ogni volta che guardavo a oriente, a occidente, insomma ogni volta che cercavo uno di quei punti, trovavo qualcosa di diverso. Un castagno, al posto della magnolia. Stavo impazzendo? Mi sarebbe piaciuto, ma Ettore mi riportava al punto della questione e quasi non mi dava tregua. A tratti sentivo la sua mano sul mio braccio e mi lasciava tenerezza. Abbracciarlo sarebbe stato facile, ma non ne avevo il coraggio. Non in quel momento. Guardai di nuovo il castagno, poi riconobbi anche la magnolia. Poco più in là, un corso d’acqua. Lento, inesorabile. E felice. Lo scelsi come punto di fuga. Curioso che in quella situazione fossero proprio le parole di Michelangelo a suggerirmi l’uscita dall’ossessione che ci governava entrambi: lui per i suoi motivi. Io per i miei. Solo che lui di me sapeva assai poco. Avvicinati i nostri corpi alla balaustra di ferro che dava sull’acqua finalmente vi giunse anche Nora, la bimba che avevo sempre a portata di mano. “Guarda quel fiore, guarda quel fiore, oddio, guardalo! ti prego, prendilo, prendilo, prendilo…!” prima che la corrente lo consegni lontanto.
Ettore era così buffo, ma così tenero e impacciato nel tentativo di accontentarmi, chino a terra, le braccia protese oltre le inferriate, il fiore sempre qualche centimetro oltre la punta delle sue dita.

Già fur gli occhi nostri interi
con la luce in ogni speco;
or son voti, orrendi e neri,
e ciò porta il tempo seco.DSC_2064.jpg

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Al poeta impeccabile

“Al poeta impeccabile”.

Recita così la dedica di Baudelaire a Gautier, aprendo quelle poesie malsane.
Impeccabile sta per inappuntabile, perfetto. Ma anche lontano dal peccare. E’ questo significato che mi bloccò sulla soglia dei celebri versi, tanti anni fa, impedendomi di proseguire. Cosa significa peccare, peccare in poesia? Quale peccato si commette trovando le parole più belle o più giuste o, addirittura, le sole necessarie a fare compagnia alla solitudine del mondo? Si potrebbe peccare di presunzione, certo: serve grande umiltà per disporsi ad accogliere lo spettacolo del divenire. C’è chi dice che si pecca quando ci si allontana, quando si abbandona ciò di cui ci si dovrebbe prendere cura. Le parole, ad esempio. Ecco perché in molti, oggi, non riescono ad abbandonare le parole al loro destino, ma vi si aggrappano come se esse potessero in qualche modo far scintillare la loro persona, la loro anima. Ma proprio qui si annidano la tentazione e il suo rovescio: il peccato, appunto.

Al poeta impeccabile.
A colui che sa il momento in cui le parole vengono e il momento in cui è bene andarsene.1200px-Étienne_Carjat,_Portrait_of_Charles_Baudelaire,_circa_1862

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Anima

L’infanzia non seppe parlare la lingua
appresa tardi. E tacque.
Al Chaos secondo figura
io preferii le linee di confine,
i margini, gli orli.

Il baratro si era fatto gentile,
in compagnia dell’accaduto.
Vi faceva capolino il futuro, sornione.

Anima mia, spalanca il tempo e l’appello.

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(immagine, Francesco Dal Corso, monte Grappa)

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