K.

Le avevo consegnato l’addio, con la stessa noncuranza con cui si timbra il biglietto, appena saliti in autobus.
Un gesto di consuetudine, che nasconde una incrollabile fiducia: che tutto funzioni a dovere.
Lei addentò il mio saluto, ma non lo lasciò più libero, sospendendo ancora una volta la nostra insolita sventura.

Cominciai a tracciare delle linee nella notte, sulla sua figura. Linee che spiraleggiavano senza curvare e che parevano cercare il modo per darle una identità o comprendere dove iniziasse il suo fuori e il suo mistero. Più ne tracciavo e più i confini si facevano incerti, appallottolavo ogni tentativo e passavo al seguente, accorgendomi poco alla volta di diventare a mia volta un rimasuglio di qualche vita passata, mentre lei, intangibile, continuava a passeggiare sull’orlo della notte.

Deciso a svegliarmi, finii per spostare il baricentro di quella avventurosa rappresentazione. Seguivo K. per innumerevoli stanze e passaggi e cunicoli e tane di animali arcani. L’aere si faceva sempre più greve e nero, ma non sarei svenuto, no, non potevo cadere dopo essere morto. Senza il salvacondotto di quell’antico poeta si può solo sperare di incespicare per scrivere parole grandiose e disperare, sulla soglia del ridicolo.

Lei si fermò e mi porse infine il biglietto: c’era scritto il suo nome, ma leggendolo si fece doppio e a una lettura più attenta ancora più doppio fino a farmi dubitare di aver conosciuto una sola, impossibile, ragazza.
“Quando te lo dirò all’orecchio sarà il più dolce e soffuso dei tuoi brani”, mi disse scomparendo.

(immagine dell’autore)
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Bellezza

La bellezza di una donna è come un rampicante nel folto di un piccolo angolo selvatico. Quando la si cerca, è ovunque.
Quando la si trova, è solamente lì.

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Il dolore delle ciliegie / 1

L’idea mi venne una sera di giugno, mentre facevo ritorno.
Non tornavo da un viaggio, ma da uno sconfinato malessere, angosciosamente restìo a farsi lacrime e dolcezza. E non avevo altro da dire a me stesso se non questo: ero davvero solo, in quella sera macchiata d’innocenza.
Cominciai a edificare un rifugio, nella speranza che il silenzio potesse guarire il dolore.
Illuso, sovranamente illuso.
Sanguinai.
Senza sporcare nulla.

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Giorni scritti alle pareti

Tratto dalla serie “giorni scritti alle pareti”.

Tra cifre e lancette ho trovato identità
sepolte, galleggianti.
Come nodi d’acqua.

Al rintocco dell’ora, cambiai:
fuggivo la rovina del giorno
cercando alfabeti e metafore.

Sul bagnasciuga dell’esistere
pianto un legnetto e ne spero
l’ombra.

(immagine, cabeepout)

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Prima dell’inverno

All'orizzonte prendo figura

C’era questa ragazza, che aveva una parola buona per tutti. Mi verrebbe da aggiungere una ragazza solare, se la circostanza non ripugnasse la mia sensibilità e non offendesse la sua persona. Perché non vi è nulla di peggio che essere ricordati sotto la maschera di un custode tanto potente e oneroso.
C’era questa ragazza, dicevo, che un giorno si presentò insieme ad uno sguardo pieno di sconfinata ammirazione, che confinava con il sogno.
C’era questa ragazza, ancor prima che io ne conoscessi il viso.

Come un risveglio invernale, la cui forza viene di lontano.

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Antares

A distanza di tempo tutto appare delinearsi come una profezia.

All'orizzonte prendo figura

Qualcuno mise il naso qui dentro, con la speranza di trovar parole fuori posto, poesie non autorizzate, piccoli racconti capaci di disturbare la morale civica.
Fortunatamente, giunse troppo presto.
Tra un passaggio d’alte nuvole e un chiaro di luna tralasciò di scostare la tenda dietro alla stella rossiccia. Quella che accompagna solitudini, lungo l’orizzonte meridionale.

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L’aroma

Il varco su di un mondo severo lascia pensierosi anche i migliori.
“Trecento metri”, mi avevi detto, e abbiamo cominciato quasi subito a salire, ignorando una traccia invitante ma giudicata ingannevole.
Salire: bisogna salire.
Inerpicandoci per passaggi rocciosi e cenge erbose molto esposte ci siamo presto trovati di fronte alla magia della quota in cui le nuvole non sono più semplici nuvole ma aroma che spande la luce del sole, complice il lago, lì dietro.
Questa cosa dell’aroma, poi, me la dovrai spiegare – hai pensato mentre cercavi di non perdere l’equilibrio aggrappandoti al faggio di turno. Perché solo tu sei così irregolare da scambiare un alone per un aroma. E ad accettare la mia sfida facendo a pugni con i pertugi.

Siamo giunti nei pressi di una risorgiva. Alle nostre spalle un vuoto che si spandeva innanzi, dolce e soffice. Una comunicazione del paradiso in differita.
“La cascata deve essere lì sotto”.
Solo che sotto c’era un orrido di pietre e ghiacci e sterpi.
E delle nostre ombre che incespicavano tra albero e albero se ne prendeva cura.
“Ma quali ombre!”, mi hai poi apostrofato.
Eravamo ombra di ombre tra ombre.

Mi sono voltato appena e ho riconosciuto una traccia che si perdeva. Fare caso a qualcosa che si perde è la mia specialità, fin da tempi remotissimi. Era uno dei nostri sentieri intentati, quelli che portano in luoghi ancora più selvatici, oltre il costone della montagna, magari sopra strapiombi che da lontano avremmo guardato con stupore e insieme soggezione.
Siamo balzati velocemente oltre le acque già attraversate e l’intentato si è palesato nella sua forma più semplice: il trascurato.
Esso ci attendeva quieto, ai piedi della grande montagna.

Sei scivolato, hai quasi battuto la testa.
Sono incespicato io, dopo alcuni passi.
Calo di zuccheri vistoso, ti ho lasciato salire dicendoti di fare attenzione, ma la mia voce è rimasta sommersa dal frastuono del torrente.
Seduto sul greto, bevevo il thè caldo e mi guardavo intorno, rabbrividendo per la gelida accoglienza di quel luogo remoto.
Fino a che non ti ho visto spuntare da una cengia impossibile, vista da sotto, e riprendere a salire come un camoscio impaziente e festoso.
Era un piacere starti ad osservare, seduto su quei massi. Un momento di felicità che non dimenticherò mai.
In fondo, hai trovato il tuo giorno.

(nell’immagine sotto, l’aroma)

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