L’amore, per interposta persona

Quella volta il suo ininterrotto fluire fu addobbato a festa secondo l’usanza delle grandi occasioni.
La scoperta dell’amore, per interposta persona.DSC_0169_00001_01.jpg

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Fisarmonica

La fisarmonica continuava a suonare, senza labbra, senza fiato, senz’anima.

Oh, ma che terribile cosa era mai quella! Divenire l’ombra di un’ombra e perdere riflessi, barbagli, lampi di inquietudine o meraviglia.

Anche la narrazione si rifiutava di venire in suo soccorso e tutte quelle iniziali, lettere di alfabeti amorosi, impietosi come le nuvole in un giorno di luglio; tutte loro gli sbarrarono per sempre la strada.

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Rondine

Se soltanto ci provo, oggi, a risalire il termine del cielo, ecco che incontro il sogno di una cosa.
 
Vi faceva freddo,
lì dentro agli occhi della
rondine.
E la primavera, solo
una carogna senza
più
vita.
 
Al funerale del cielo l’unico ospite vestiva d’azzurro.DSC_1235_00001.jpg
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Domenica

Il giorno che rese l’anima all’ineluttabile
all’ozio,
a ricordi e desideri.

Dinastia destinata a travolgere
l’idea stessa dell’eterno.

La domenica è così dolce
quando non si sogna di essere
davvero
domenica.

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Elsa

Raggiunsi il binario n. 6 convinto che avrei potuto apprezzare il tepore del sole e saltare un’ultima volta al di là della linea. Un’estate inclemente, per molti versi, di nuovo gli stessi, inesorabilmente identici e cangianti. La luce calda bagnava il giallo della corsia liminare, quella che gli altoparlanti continuamente indicano evitando di nominarla, riferendosi esclusivamente al segno che la demarca.

Non oltrepassare la linea gialla.

Lo feci. Il calore del sole mi chiamò per nome, dicendomi: “color Francesco”. Mi ricordai di Elsa. Non c’era più! Eppure era già arrivata, anzi, l’avevo persino salutata. Ma dove era andata? Io c’ero già stato, su quel binario. L’avevo percorso in tutta la sua lunghezza per dieci minuti, ma era accaduto tanto tempo prima. Elsa mi aveva raggiunto con una mano che era rimasta sospesa nell’aria per alcuni secondi, come diversi altri gesti, quel giorno.

Sì, ma quale giorno?
Ero rimasto solo, insieme al profumo della sua pelle.

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Brutto, sporco e cattivo

All'orizzonte prendo figura

In una città del mio passato prossimo c’era un parchetto, che nessuno degli abitanti si filava: brutto e sporco.
Dopo qualche tempo divenne anche cattivo, perché avevano cominciato a bivaccarci – durante le domeniche di primavera – intere combriccole di stranieri, uomini, donne e bambini.
E tutti a dire: “ma guarda che fanno di quel parco!”.
Nessuno se n’era mai curato prima, nemmeno vedendolo brutto e sporco. Ora che si era fatto pure cattivo tutti ne rimpiansero il mancato godimento passato.

Da allora ‘cattivo’ divenne per me sinonimo di ‘vita’.

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K.

Le avevo consegnato l’addio, con la stessa noncuranza con cui si timbra il biglietto, appena saliti in autobus.
Un gesto di consuetudine, che nasconde una incrollabile fiducia: che tutto funzioni a dovere.
Lei addentò il mio saluto, ma non lo lasciò più libero, sospendendo ancora una volta la nostra insolita sventura.

Cominciai a tracciare delle linee nella notte, sulla sua figura. Linee che spiraleggiavano senza curvare e che parevano cercare il modo per darle una identità o comprendere dove iniziasse il suo fuori e il suo mistero. Più ne tracciavo e più i confini si facevano incerti, appallottolavo ogni tentativo e passavo al seguente, accorgendomi poco alla volta di diventare a mia volta un rimasuglio di qualche vita passata, mentre lei, intangibile, continuava a passeggiare sull’orlo della notte.

Deciso a svegliarmi, finii per spostare il baricentro di quella avventurosa rappresentazione. Seguivo K. per innumerevoli stanze e passaggi e cunicoli e tane di animali arcani. L’aere si faceva sempre più greve e nero, ma non sarei svenuto, no, non potevo cadere dopo essere morto. Senza il salvacondotto di quell’antico poeta si può solo sperare di incespicare per scrivere parole grandiose e disperare, sulla soglia del ridicolo.

Lei si fermò e mi porse infine il biglietto: c’era scritto il suo nome, ma leggendolo si fece doppio e a una lettura più attenta ancora più doppio fino a farmi dubitare di aver conosciuto una sola, impossibile, ragazza.
“Quando te lo dirò all’orecchio sarà il più dolce e soffuso dei tuoi brani”, mi disse scomparendo.

(immagine dell’autore)
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