Il nomignolo

Sapevano dirgli che scriveva in modo affascinante e talvolta incomprensibile, che faceva belle foto, che aveva una voce irraggiungibile e avvolgente, un tocco speciale o la capacità di ascoltare.
 
Ebbene, sia detto con rispetto, ma di tutto ciò io credo se ne servisse per non sprofondare nell’inconsistenza e – insieme – che non gliene potesse fregare di meno.
 
Perché?
Forse perché oltre non vi è che un bilico: senza soglia né orizzonte.
 
Il nomignolo di un bimbo mai nato.
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Laura

Non riesco a distinguere molti particolari, quando cammino per le vie di una città, soprattutto la sera, specialmente quando il traffico è così intenso da farmi girare la testa. Le luci artificiali rimbalzano da ogni punto fino alle lenti dei miei occhiali da vista, che giusto alcuni mesi fa sono rimaste in bilico sulla montatura, in attesa di essere cambiate, rifatte. Forse in attesa di sparire sul serio, come tutto il resto, come troppe cose che non vanno più al posto loro da sole.
Giungendo a tu per tu con la grande porta della città, la trovai vuota, fredda, sconfinata. Senza margini, in una parola. Ma con un punto fisso, sconcertante nella sua intangibile presenza. Il suo caschetto di capelli.
Se ne stava ritta in piedi, senza alcuna incertezza, non ignara degli sguardi che si consumavano alle sue spalle, dai tavolini del bar che avrei preferito evitare. E così fu. Le girai intorno, quasi attraverso, spostandomi fino a occupare uno spazio alla sua destra. “Laura”, dissi senza cortesia. “Laura”, mi sfuggì come se si trattasse di un richiamo all’esistenza.
Che cosa mai stava guardando, in fondo all’angolo dell’incrocio? Non aveva più importanza, dal momento in cui iniziò a guardare me, sparso tra convenevoli, parole di spiegazione, attese di risposta e quel non so che proprio di chi rimane ad aspettare che siano gli altri a sparire, per poter essere.
Laura sorrise. Bellissimo, meraviglioso sorriso. L’avrei contemplato ancora e ancora e ancora. Chiedendomi quando sarebbe cessato, per iniziare a immortalarlo davvero.
Ci siamo incamminati alla ricerca di un locale tranquillo.
Ci siamo permessi il lusso di iniziare una vicenda, una volta seduti.
Non è stato un gioco tra due solitudini.
E’ stata la sfida tra cercatori di pagliuzze dorate.
Chi troverà la più pungente e preziosa avrà diviso il mondo negli istanti dell’ultimo giorno.

Lei si tolse il cappotto.
Lui le sfiorò ogni centimetro del corpo senza farsi notare.

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L’amore, per interposta persona

Quella volta il suo ininterrotto fluire fu addobbato a festa secondo l’usanza delle grandi occasioni.
La scoperta dell’amore, per interposta persona.DSC_0169_00001_01.jpg

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Fisarmonica

La fisarmonica continuava a suonare, senza labbra, senza fiato, senz’anima.

Oh, ma che terribile cosa era mai quella! Divenire l’ombra di un’ombra e perdere riflessi, barbagli, lampi di inquietudine o meraviglia.

Anche la narrazione si rifiutava di venire in suo soccorso e tutte quelle iniziali, lettere di alfabeti amorosi, impietosi come le nuvole in un giorno di luglio; tutte loro gli sbarrarono per sempre la strada.

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Rondine

Se soltanto ci provo, oggi, a risalire il termine del cielo, ecco che incontro il sogno di una cosa.
 
Vi faceva freddo,
lì dentro agli occhi della
rondine.
E la primavera, solo
una carogna senza
più
vita.
 
Al funerale del cielo l’unico ospite vestiva d’azzurro.DSC_1235_00001.jpg
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Domenica

Il giorno che rese l’anima all’ineluttabile
all’ozio,
a ricordi e desideri.

Dinastia destinata a travolgere
l’idea stessa dell’eterno.

La domenica è così dolce
quando non si sogna di essere
davvero
domenica.

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Elsa

Raggiunsi il binario n. 6 convinto che avrei potuto apprezzare il tepore del sole e saltare un’ultima volta al di là della linea. Un’estate inclemente, per molti versi, di nuovo gli stessi, inesorabilmente identici e cangianti. La luce calda bagnava il giallo della corsia liminare, quella che gli altoparlanti continuamente indicano evitando di nominarla, riferendosi esclusivamente al segno che la demarca.

Non oltrepassare la linea gialla.

Lo feci. Il calore del sole mi chiamò per nome, dicendomi: “color Francesco”. Mi ricordai di Elsa. Non c’era più! Eppure era già arrivata, anzi, l’avevo persino salutata. Ma dove era andata? Io c’ero già stato, su quel binario. L’avevo percorso in tutta la sua lunghezza per dieci minuti, ma era accaduto tanto tempo prima. Elsa mi aveva raggiunto con una mano che era rimasta sospesa nell’aria per alcuni secondi, come diversi altri gesti, quel giorno.

Sì, ma quale giorno?
Ero rimasto solo, insieme al profumo della sua pelle.

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