In volo

Quel pomeriggio, al tavolino del bar, rimasi qualche minuto da solo. A sognare. Una vita diversa e una sospensione diversa della vita. Lei era insieme le due cose e non me ne stupii, avendo sempre saputo che prima o dopo l’avrei incontrata, colei che si sarebbe presa cura di me. Cominciai a immaginarla più grande, agghindata come una donna, lontana dalle mode, ma elegante nella sua flagrante inattualità. Mi sentii sollevato, a quella fantasticheria, mentre gli occhi di lei mi scrutavano perplessi e curiosi, una volta tornata al tavolo.
Mad si era alzata per lavarsi le mani.
Io mi ero alzato in volo.

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Lorenzo

Stavamo passeggiando lungo quello strano crinale che era, in realtà, un balcone.
Sapevo di potermi affacciare sopra la valle profonda e invisibile, in quel luogo, ma non abbandonavo l’idea che si trattasse di un confine tra due dimensioni: una, invisibile, l’altra impossibile.

Avevo iniziato a domandargli dell’esistenza, perché ancora non sapevo nulla di lui.
E la sua risposta mi colse profondamente impreparato: “l’esistenza, non esiste”.

Era stata la perentorietà con cui era giunta, forse, quella frase. Il suo essere la fine di un lungo discorso di cui non avrei mai conosciuto l’inizio, ma che mi riguardava, senza appello. Il modo stesso in cui scendeva insieme a noi lungo il sentiero della sera.

Fu allora che mi accorsi del mare. Stava dietro di noi, possente e infinitamente prossimo. Che significa? mi chiese Lorenzo, di cui ancora risuonavano nell’aria le parole definitive sull’inesistenza. Provai a spiegargli come la risacca trascinasse con sé il fondo delle mie pupille e come io non vedessi più le piccole nuvole sull’orizzonte, anche se coronate dall’ultima luce del sole.

L’esistenza, in quel momento sublime, rispose per me.
Inapparente, possente, ultima risorsa della fine.

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Una donna

Scorgo, infine, una donna. Mi aggrappo alle sue anche, meravigliosamente larghe. Gli uomini mancano. Di anche. E così non posso lasciarmi portare via, lungo i loro cammini. Perdo la presa e finisco in un luogo a me completamente ignoto. Ecco dove riesce a portarti una donna, penso. Ecco cosa significa fare affidamento sulle sue anche. Scorgo all’improvviso un’altra donna. Seni bellissimi, appena accennati. Penso al modo di alimentare una trama che sembra un ricorso onirico, ma non mi viene in mente altro che lasciarmi tentare da quei piccoli capolavori di equilibrio tra tempo, desiderio e maglietta. Facciamo insieme un poca di strada e incomincio a respirare una sensazione di appisolamento, di appagamento infantile, anche se quei piccoli seni tutto mi ricordano tranne che la montata lattea dell’età d’oro. Mi desto di soprassalto e ritorno a certi ragionamenti precedenti. Stavo pensando al mio gatto, lanciato per aria come un pupazzo. Non è politically correct, ma chi se ne frega, qualcuno deve pur fare delle cose sporche. Salta fuori da un nascondiglio una donna, che prima, molto tempo prima, era stata un uomo. E prima ancora era morta. Senza nemmeno andare a dormire. E’ lei a strapparmi il gatto dalle mani e a scaraventarlo di là del parapetto, direttamente nel fiume che ora scopro per la prima volta. Oltre il fiume, sull’altra sponda, una fitta schiera di palazzi e, sullo sfondo, la torre pendente. Ammutolisco. Non ho più notizia del gatto, ma ripenso con malinconia alla donna dai piccoli seni e a quella dalle anche larghe. Diverse persone intorno a me leccano un cono gelato, l’ultimo baluardo della realtà in veloce dissolvimento. E’ il segnale che aspettavo, mi dico: sto sognando ma non voglio assolutamente svegliarmi, non prima di averlo assaggiato pure io quel gelato, quell’unico gelato che mi comprò mio padre, alla fiera dell’est, facendo tintinnare due monete sonanti.
Alba, sonante, maledetta.
E litri di crema gelato che scendono ovunque, insieme ai corpi dei passeggeri del mio sogno.

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Estate

Facciamo pure un esempio concreto e parliamo dell’estate.
Per me, l’estate non esiste. Nel momento stesso in cui vi sono immerso, stupendomi del suo fulgore, degli affanni che vi si consumano, delle sterminate distese di luce a disposizione, in tutto questo ne so l’apparenza che fugge. La rovina.
Penso spesso a quando l’estate sarà finita. Penso addirittura al me stesso che farà questi pensieri la prossima estate, sempre che io sia ancora vivo.
E intanto guardo, intorno a me, il brulicare di istanti dell’estate, fatta di innumerevoli estati passate, mai veramente vissute, spesso scansate, riposte in un dimenticatoio fatto di solitudine e disprezzo.
Quest’anno l’estate è giunta troppo presto, senza anticipazioni, in tutta la sua crudeltà.
Ecco, a proposito dell’esempio che ti dicevo poc’anzi, vorrei saper raccontare anche questo: della disperazione di ogni estate.

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Porte

Sapete, esistono delle porte segrete ma bisogna saperle cercare, ancor prima che trovare. C’è infatti da aver bisogno di quelle porte, un bisogno quasi metafisico, di cui non si può avvertire nemmeno la stretta al petto se non in quelle rare occasioni in cui il fiato ferma la sua corsa.
Quel che non si può nemmeno lontanamente immaginare, tuttavia, è il loro attenderci nei luoghi più impervi, non tanto perché nascosti ma perché impensabili, privi di alcuna attrattiva. Sono riservati ai bimbi e a pochi rinati. Il loro segreto muore nel saper parlare alle cose. Nell’accender parole ove regna l’inanimato.

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Giorni

Ed ecco, io ve lo confesso, i giorni sono passati. Mi verrebbe da dire: tutti uguali. Ma non è vero. Perché non ne ricordo l’avvicendarsi, non saprei dire quando è salito a respirare l’ultimo scoglio. Così, posso soltanto dirvi che sono passati, che un treno con tanti vagoni ha battuto le traverse delle rotaie. Non aveva partenza, né arrivo. Ci fate mai caso, vero, che i convogli passano e basta? E che non portano niente, perché niente ci è dato vedervi.

I convogli ferroviari, specie nelle notti, sono cumuli di tempo che viaggiano senza testimoni.

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Una volta

Io penso che sia stata la sua prima volta. Da che lo conobbi non lo avevo mai visto così perduto nel ricordo, arrivando al punto di escludermi dalla presenza. Era come se parlasse da solo.
Iniziò a narrarmi di un crinale, lungo un pomeriggio di inizio estate, in compagnia di una ragazza. La loro prima escursione insieme, la volta che lui le confidò qual era la sua vera essenza. Dopo essere saliti abbastanza in alto, si riposarono stesi a terra, lasciando che il sole bagnasse il loro amore. Poi un pensiero salì alla coscienza ed egli si tirò a sedere: ebbe paura che il tempo potesse scivolare via come una furia, nonostante lei gli accarezzasse il viso dicendogli che era tutto a posto, che sarebbero rientrati sani e salvi. Ripresero il cammino, senza interruzioni, senza tregua, guardando la palla infuocata che scendeva velocemente verso l’orizzonte di montagne.
Oh, quale terribile pena provai ascoltandolo raccontare! Mi è impossibile dirvi il vibrare della sua voce sull’orlo di un pianto che non avrebbe mai concesso al cosmo, nemmeno di fronte al plotone di esecuzione della sua terribile e misteriosa vicenda personale. Alla fine non riuscii a trattenermi e gli chiesi, vincendo l’imbarazzo del mio angolo, “vi salvaste?”.

Sì.
Ma la salvezza, amico mio, giunge a compimento solo una volta.
Sempre, continuamente, irrimediabilmente,
una volta.

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Tu

La pioggia di quel pomeriggio era iniziata alcuni giorni prima e sembrava destinata a durare settimane. Questo, almeno, era ciò che andavo dicendomi mentre mi gingillavo all’idea di tutti quei semini, lì fuori, intenti a raccogliere ciò che ancora non erano dentro di sé.
Alla finestra, uno dei miei gatti immaginari.

E poi, la rivelazione: tu.

Dare del tu a ogni più inafferrabile bellezza, per svelarne il fondo freddo, impersonale, tremendo. La bellezza degli occhi del mio gatto, assenti di fronte alla pioggia.

Me l’ero davvero immaginato, quel gatto? O era la pioggia a sognare entrambi, scrittore e felino, parole e silenzi?
Lei non mi amava. E così, smisi di darmi del tu.

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Abbraccio

Le giornate lasciavano il proprio posto, l’una sotto l’altra.
Si trattava del fatto che la magnolia, tanto per dirne una, conservava intatti i propri fiori
tra le gocce spioventi e i sobbalzi del vento.

Siamo come sospesi sul palmo di un ritmo, mi disse un giorno mia zia.
Ebbi notizia di un abbraccio, tempo dopo.
Avvolgente, senza requie. Fino alla soglia del sonno.

Le giornate lasciavano il proprio posto, ma si impegnavano a tornare.
Per non lasciare al futuro l’esclusiva del bello.

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Per Alice

Ogni volta che torna la stagione delle foglie mi sovviene un pensiero: i giorni del concepimento ebbero questo colore, questo scricchiolio maestoso, che sento nell’aria, ancor prima che a terra.
Sarebbe cambiato tutto, di lì a qualche mese. Tutto era già cambiato, in me, ancor prima che la stagione del rossore giungesse a compimento.
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