Elsa

Raggiunsi il binario n. 6 convinto che avrei potuto apprezzare il tepore del sole e saltare un’ultima volta al di là della linea. Un’estate inclemente, per molti versi, di nuovo gli stessi, inesorabilmente identici e cangianti. La luce calda bagnava il giallo della corsia liminare, quella che gli altoparlanti continuamente indicano evitando di nominarla, riferendosi esclusivamente al segno che la demarca.

Non oltrepassare la linea gialla.

Lo feci. Il calore del sole mi chiamò per nome, dicendomi: “color Francesco”. Mi ricordai di Elsa. Non c’era più! Eppure era già arrivata, anzi, l’avevo persino salutata. Ma dove era andata? Io c’ero già stato, su quel binario. L’avevo percorso in tutta la sua lunghezza per dieci minuti, ma era accaduto tanto tempo prima. Elsa mi aveva raggiunto con una mano che era rimasta sospesa nell’aria per alcuni secondi, come diversi altri gesti, quel giorno.

Sì, ma quale giorno?
Ero rimasto solo, insieme al profumo della sua pelle.

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Brutto, sporco e cattivo

All'orizzonte prendo figura

In una città del mio passato prossimo c’era un parchetto, che nessuno degli abitanti si filava: brutto e sporco.
Dopo qualche tempo divenne anche cattivo, perché avevano cominciato a bivaccarci – durante le domeniche di primavera – intere combriccole di stranieri, uomini, donne e bambini.
E tutti a dire: “ma guarda che fanno di quel parco!”.
Nessuno se n’era mai curato prima, nemmeno vedendolo brutto e sporco. Ora che si era fatto pure cattivo tutti ne rimpiansero il mancato godimento passato.

Da allora ‘cattivo’ divenne per me sinonimo di ‘vita’.

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K.

Le avevo consegnato l’addio, con la stessa noncuranza con cui si timbra il biglietto, appena saliti in autobus.
Un gesto di consuetudine, che nasconde una incrollabile fiducia: che tutto funzioni a dovere.
Lei addentò il mio saluto, ma non lo lasciò più libero, sospendendo ancora una volta la nostra insolita sventura.

Cominciai a tracciare delle linee nella notte, sulla sua figura. Linee che spiraleggiavano senza curvare e che parevano cercare il modo per darle una identità o comprendere dove iniziasse il suo fuori e il suo mistero. Più ne tracciavo e più i confini si facevano incerti, appallottolavo ogni tentativo e passavo al seguente, accorgendomi poco alla volta di diventare a mia volta un rimasuglio di qualche vita passata, mentre lei, intangibile, continuava a passeggiare sull’orlo della notte.

Deciso a svegliarmi, finii per spostare il baricentro di quella avventurosa rappresentazione. Seguivo K. per innumerevoli stanze e passaggi e cunicoli e tane di animali arcani. L’aere si faceva sempre più greve e nero, ma non sarei svenuto, no, non potevo cadere dopo essere morto. Senza il salvacondotto di quell’antico poeta si può solo sperare di incespicare per scrivere parole grandiose e disperare, sulla soglia del ridicolo.

Lei si fermò e mi porse infine il biglietto: c’era scritto il suo nome, ma leggendolo si fece doppio e a una lettura più attenta ancora più doppio fino a farmi dubitare di aver conosciuto una sola, impossibile, ragazza.
“Quando te lo dirò all’orecchio sarà il più dolce e soffuso dei tuoi brani”, mi disse scomparendo.

(immagine dell’autore)
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Bellezza

La bellezza di una donna è come un rampicante nel folto di un piccolo angolo selvatico. Quando la si cerca, è ovunque.
Quando la si trova, è solamente lì.

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Il dolore delle ciliegie / 1

L’idea mi venne una sera di giugno, mentre facevo ritorno.
Non tornavo da un viaggio, ma da uno sconfinato malessere, angosciosamente restìo a farsi lacrime e dolcezza. E non avevo altro da dire a me stesso se non questo: ero davvero solo, in quella sera macchiata d’innocenza.
Cominciai a edificare un rifugio, nella speranza che il silenzio potesse guarire il dolore.
Illuso, sovranamente illuso.
Sanguinai.
Senza sporcare nulla.

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Giorni scritti alle pareti

Tratto dalla serie “giorni scritti alle pareti”.

Tra cifre e lancette ho trovato identità
sepolte, galleggianti.
Come nodi d’acqua.

Al rintocco dell’ora, cambiai:
fuggivo la rovina del giorno
cercando alfabeti e metafore.

Sul bagnasciuga dell’esistere
pianto un legnetto e ne spero
l’ombra.

(immagine, cabeepout)

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Prima dell’inverno

All'orizzonte prendo figura

C’era questa ragazza, che aveva una parola buona per tutti. Mi verrebbe da aggiungere una ragazza solare, se la circostanza non ripugnasse la mia sensibilità e non offendesse la sua persona. Perché non vi è nulla di peggio che essere ricordati sotto la maschera di un custode tanto potente e oneroso.
C’era questa ragazza, dicevo, che un giorno si presentò insieme ad uno sguardo pieno di sconfinata ammirazione, che confinava con il sogno.
C’era questa ragazza, ancor prima che io ne conoscessi il viso.

Come un risveglio invernale, la cui forza viene di lontano.

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